martedì 23 agosto 2011

"Io, studente di ingegneria nell'inferno dei braccianti"

ARTICOLO DA LA STAMPA di Torino

Ivan, 26 anni dal Camerun, studia al Politecnico:
ma lotta contro i «caporali»

NICCOLÒ ZANCAN

TORINO
L’ inizio è Roberto Baggio. «Nel 1990 guardavo i mondiali in televisione. Avevo 5 anni, tifavo Juve e sognavo l’Italia. Volevo andare a vivere nella città dove giocava il mio calciatore preferito». Ivan Sagnet c’è riuscito, anche se poi la vita è sempre più complicata di così. Da Baggio, al Politecnico di Torino, a un campo di pomodori nel Salento agli ordini di un caporale ghanese: «Ho capito che sono stato un privilegiato. Non sapevo di questa Italia. Nei campi della Puglia ho ritrovato l’Africa. Le persone trattate come schiavi, macchine da lavoro senza diritti».

Questa è la storia di Ivan Sagnet, 26 anni, camerunese di Duala. In due ore cita Bettino Craxi e Enrico Mattei. I nuovi idoli della sua vita: «L’egiziano El Baradei, Barack Obama e Nelson Mandela». Ti racconta della grande cultura di suo zio poliziotto, delle sere passate insieme ad ascoltare alla radio le notizie del mondo: «È lui che mi ha cresciuto. Ed è grazie alla mia famiglia se ho potuto studiare qui». Si imbarazza un po’ sul tema fidanzate: «Ho avuto solo storie che non sono durate». E poi ti racconta questa estate pazzesca, che gli ha cambiato la vita per sempre: «Voglio continuare la battaglia per i diritti dei braccianti fino alla fine. Adesso non ho più paura».

A Ivan Sagnet mancano tre esami per laurearsi in Ingegneria informatica. Per conquistarsi l’iscrizione ha studiato prima l’italiano. Per mantenersi fa il cassiere part-time in un supermercato. Ma ultimamente non l’hanno più chiamato. Aveva bisogno di soldi per pagarsi l’affitto. Per questo ha accettato l’invito di un amico: andare insieme a fare la stagione dei pomodori a Nardò. «Il giorno in cui ho stabilito il mio record sono riuscito a riempire sei cassoni di ciliegini - racconta - sempre in piedi: dalle 3 del mattino alle 5 del pomeriggio. Il caporale mi urlava dietro: “Muoviti, raccogli tutto, domani non ti chiamo più!”. Ogni cassone da 350 chili mi è stato pagato 3,50 euro. Totale 21 euro. Ma devi dare 8,50 al caporale per il trasporto nei campi e per un panino alla frittata. Quindi, per 15 ore di lavoro ho preso 12 euro e 50 centesimi: meno di 1 euro all’ora».

Al quarto giorno di lavoro un uomo tunisino è morto d’infarto: «L’ho visto sotto un telo, quando i medici erano già andati via». Ivan Sagnet ci ha provato, si è guardato intorno, prima stupefatto, poi sempre più indignato. Fino a quando ha deciso di organizzare il primo sciopero della categoria. «A un certo punto i caporali ci hanno chiesto un doppio lavoro. Avremmo dovuto scegliere i pomodori più belli. Era troppo: strappare la pianta, scrollarla e riempire il cassone dopo la selezione. Abbiamo chiesto 7 euro. Sono arrivati ad offrircene 4,50 a cassone. Ci siamo rifiutati».

Braccia incrociate. Prima hanno aderito i dieci compagni della sua squadra. Poi altri 40. Infine il 70 per cento dei 400 lavoratori stagionali di Nardò. Un successo che ha attirato l’attenzione della politica e dei sindacati, ma che di fatto ha bloccato i guadagni per tutto il comparto. A Ivan Sagnet sono iniziate ad arrivare minacce sempre più pesanti: «Prima dai caporali - spiega - poi anche da una parte dei raccoglitori. Li capisco: molti sono tunisini appena sbarcati a Lampedusa, disposti a lavorare anche per 2 euro e 50 a cassone».

Lo sciopero dei braccianti di Nardò ha prodotto razioni diverse: «Mi hanno detto di lasciar perdere - spiega Sagnet - tanto il mondo è sempre andato così, non cambierà». E invece la protesta sta iniziando, lentamente, a cambiare le cose.

Ora un bus comunale porta i braccianti al lavoro, togliendo il guadagno ai caporali. Si sta cercando di rendere trasparente la lista di prenotazione attraverso il centro di collocamento. Ma soprattutto è allo studio una proposta di legge per convertire il caporalato in reato penale, mentre oggi è punito con una multa da 50 euro. «Il giorno che arresteranno un caporale - dice Ivan Sagnet - sarà il più bel giorno della mia vita. Mi aspettavo di più dal nostro sciopero».

Ha le basette scolpite. Gli occhiali da sole giganti come quelli di Balotelli. Un borsello a tracolla tipico di certi giocatori di calcio. È un ragazzo in cammino: «Il mio sogno adesso è la carriera diplomatica. La storia di Nardò mi sta insegnando molte cose. È bello fare qualcosa per gli altri». Mentre parliamo, seduti su una panchina, riceve due telefonate. Una è di un bracciante che gli urla in francese: «Torna giù, abbiamo bisogno di te». L’altra è di una signora della Caritas di Nardò: «Sono molto dispiaciuta per quello che è successo - gli dice - volevo esprimerti tutta la mia solidarietà. Fatti vedere, parliamo».

È successo che dopo le ultime minacce Ivan Sagnet è tornato a Torino. «La situazione era diventata tesa. Un caporale è venuto a dirmi: “Ti uccido con le mie mani”. Per fortuna è intervenuta la polizia, gli agenti sono stati molto bravi con me».

Intanto nei campi di Nardò molte angurie sono andate in disgrazia. E qualcuno accusa il ragazzo venuto dal Camerun anche di questo: «Lo so cosa dicono. Che c’è la crisi. E che scioperare non ha fatto altro che peggiorare le cose. Ma non è vero: la crisi delle angurie non c’entra con i pomodori. Abbiamo fatto i conti in tasca ai caporali». Eccoli: «Ogni cassone gli viene pagato 15 euro. Un camion tiene 88 cassoni. Ogni giorno vengono caricati 4 camion. Quindi il caporale incassa più di 5 mila euro al giorno. Non è un problema di crisi, ma di rispetto dei lavoratori».

Adesso Ivan Sagnet sta per salire su un treno per Lecce. In Puglia hanno organizzato concerti e manifestazioni di solidarietà. Vuole esserci. Il bambino che amava Baggio, il ragazzo che studia Ingegneria, è diventato un uomo.

martedì 9 agosto 2011

EMERGENZA NORD AFRICA

«Il mio pensiero va anche alla Libia, dove la forza delle armi non ha risolto la situazione. Esorto gli Organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche e militari a rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un piano di pace per il Paese, attraverso il negoziato ed il dialogo costruttivo». Così Benedetto XVI durante l’Angelus di ieri, domenica 7 agosto. Alle parole del Santo Padre fanno eco quelle di mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo di Tripoli: «Tutti devono accogliere l’appello del Papa alla conciliazione, dai politici ai vertici della Nato, a qualsiasi istituzione che possa avere l’autorevolezza di essere accettata dalle parti in causa. Siamo nel mese di Ramadan e questo può facilitare a tutti la consapevolezza che le armi non sono la soluzione». In Libia viveri e benzina scarseggiano. A Tripoli comincia a mancare l’elettricità e diventa dunque difficile conservare i viveri che ci sono, soprattutto adesso che è estate. Di conseguenza, i prezzi subiscono notevoli aumenti. Va avanti comunque il lavoro della Chiesa locale grazie soprattutto alle religiose rimaste nel Paese. A Bengasi sono presenti suore e operatori pastorali, ma restano difficili i contatti e le comunicazioni. Intanto proseguono incessanti le attività umanitarie – soprattutto quelle di prima emergenza – delle Caritas locali nelle aree di crisi in Nord Africa e in Medio Oriente. Attività che si sono ulteriormente sviluppate e organizzate, sia all’interno dei singoli Paesi sia nei punti di confine, in particolare tra Libia e Tunisia e tra Libia ed Egitto. In tali contesti, grazie al lavoro di operatori umanitari, competenti anche dal punto di vista legale (tutela dei diritti, inoltro delle pratiche per l’ottenimento dello status di rifugiati, ecc.), la Caritas opera da mesi seguendo centinaia di persone originarie soprattutto dell’Asia e dell’Africa sub-sahariana. A metà luglio si è svolta una missione di Caritas Italiana in Tunisia per monitorare la situazione dei profughi, coordinare e rilanciare, con la Caritas locale, gli interventi. In particolare sono stati rafforzati i progetti di accompagnamento e di aiuto ai profughi sub-sahariani nel campo profughi di Shousha presso Ben Garden, e in altre località. Al confine tunisino lo staff Caritas offre un servizio di informazione e aiuto per il rimpatrio e la cura dei casi più vulnerabili. Caritas Tunisia ha potenziato la distribuzione di medicine e prodotti igienici che finora ha riguardato più di tremila persone. Al confine egiziano la Caritas, in coordinamento con le autorità, distribuisce viveri e acqua a più di 2.000 persone al giorno. Al confine con il Niger viene assicurata assistenza a circa 4.000 persone. Caritas Italiana è in costante contatto con tutte le Caritas del Medio Oriente e Nord Africa, monitora i bisogni della popolazione e fornisce costante supporto e aiuti concreti.

lunedì 8 agosto 2011

"Le ore che passano lente, sul bordo di una piscina che non c'è più..."

di Danilo Feliciangeli, operatore Caritas Italiana a Lampedusa
La “base Loran”: che nome esotico. Chissà cosa pensavano i giovani marines americani, che negli anni Ottanta venivano assegnati a presidiare questa piccola base radio, su questo scoglio in mezzo al Mediterraneo.
I lampedusani ancora li ricordano, gli americani, come una presenza allegra, non ingombrante… «È vero, erano i padroni dell’isola» dice qualcuno «ma mettevano allegria quando giravano in gruppo per il paese un po’ alticci, ridendo e cantando canzoni in inglese!».
Molti ancora ricordano la piscina interna alla base Loran, dove gli americani avevano trasportato la sabbia dalla Spiaggia dei Conigli per fare il campo da beach volley. Oggi non puoi spostare nemmeno una pietra su quella spiaggia, ormai diventata oasi protetta. Chissà quante uova di tartaruga Caretta Caretta saranno finite schiacciate sotto i piedi di ragazzotti americani che giocavano a beach volley... Ora siamo seduti sul bordo di quella piscina, io e Abedì, o meglio su quello che era il bordo di quella piscina.
Alle base Loran gli americani non ci sono più, ora ci sono gli africani, “i turchi”, come li chiamano i lampedusani (… quanti popoli sono passati per questa isola…). La base Loran ospita oggi circa 150 “minori stranieri non accompagnati”, ragazzi tra i 14 e i 17 anni arrivati qui dal mare, a bordo dei barconi che salpano quasi ogni giorno dalla Libia. Non sono come i turchi, che venivano per depredare, non sono come gli americani, che si sentivano i padroni dell’isola, sono gli ultimi degli ultimi, giovani ghanesi, maliani, nigeriani, bangladesi, che vivevano da immigrati in Libia, senza genitori, scappati dal loro Paese per la fame o per le violenze. Come Abedì.
Abedì ha interrotto la solita partitella a pallone sopra la piscina, ormai ricoperta di cemento e trasformata in cortile (la chiamano campetto da calcio, ma non ha nemmeno le porte), per unirsi a noi in preghiera. Oggi alla Base Loran c’è un gruppo di giovani italiani, della comunità di Sant’Egidio, che organizzano un momento di preghiera per questi ragazzi accolti alla base Loran. Stiamo lì seduti in raccoglimento, uno di fianco all’altro, ascoltiamo i passi del Vangelo, ascoltiamo le parole del parroco di Lampedusa, Abedì tiene le mani giunte, è veramente assorto.
Al termine della preghiera scambiamo due parole. Quando gli dico che sono italiano, con gratitudine mi dice: «Gli italiani sono brave persone!». Io mi guardo intorno, e ripenso alle condizioni in cui gli italiani tengono questi ragazzi da settimane: se eravamo cattive persone cosa gli facevamo?!
Così, per ricambiare il complimento, gli dico con entusiasmo: «Be', anche i ghanesi sono brave persone!” e lui mi inizia a raccontare di come i ghanesi gli hanno ucciso i genitori. Prima il padre, in piazza durante degli scontri, nemmeno sapeva perché, forse una protesta, ma chissà contro cosa. Poi la madre, in casa, prima violentata e poi uccisa davanti ai suoi occhi da un gruppo di balordi.
No, secondo Abedì i ghanesi non sono brave persone. Ho fatto una gaffe terribile. Mi racconta che lui in Ghana non vuole più tornare, che non ne vuole più sapere del Ghana, che non gli importa più nemmeno del suo idolo, Abedì Pelè, il campione di calcio di cui porta il nome. Come dargli torto?
Abedì a 16 anni ha già visto morire ammazzati i suoi genitori, è partito con dei coetanei verso il deserto, lo ha attraversato non si sa come (o almeno non vuole dirmelo), è finito in Libia dove aveva un cugino, ha lavorato come garzone in un banco al mercato di Tripoli e ha dormito in strada di notte per più di un anno, cercando di sfuggire alla polizia libica.
Poi le bombe, la guerra, le bande per strada che andavano a caccia di “neri” e il sogno dell’Europa, la traversata in mare ed ora è qui, seduto sul bordo di una piscina che non c’è più, in una base americana che non c’è più, su un’isola che chiamano la porta d’Europa, di un'Europa che non c’è più o che forse non c’è mai stata.
Forse Abedì merita di più di questo. Forse merita di più di essere accolto in questo posto ormai fatiscente, con le pareti scrostate, i materassi in terra, il mobilio scadente, un solo piccolo televisore mezzo rotto che trasmette solo canali italiani, e dove tutto il giorno passa le sue giornate senza far nulla, come gli altri ragazzi, poco più che bambini, che condividono con lui la stessa storia.
Chissà cosa avrà pensato durante la preghiera Abedì, chissà cosa avrà chiesto al suo Dio. Forse avrà ringraziato per averlo fatto arrivare sano e salvo in Italia, o forse si sarà disperato e avrà chiesto perché sia dovuto nascere in Ghana invece che in Italia.

martedì 2 agosto 2011

Fortress Europe: Alla mia mamma

Fortress Europe: Alla mia mamma: "Riceviamo e pubblichiamo questa lettera da Lampedusa. A scrivere è un ragazzino di 14 anni. Si chiama Said Islam Yacoub, è nato in Camerun i..."

Un progetto di comunicazione per la Caritas di Senigallia nell’anno europeo del volontariato 2011


Sono circa 100 milioni gli europei che dedicano parte del loro tempo al volontariato e quest'anno l'Europa ha deciso di rivolgere a questa preziosa risorsa un'attenzione speciale. Con il 2011 si è aperto "l'Anno europeo del volontariato", con l'obiettivo di aumentare la consapevolezza sull'importanza di fare qualcosa per gli altri. La Caritas diocesana di Senigallia non poteva lasciarsi sfuggire questa preziosa occasione per dire che fare volontariato è qualcosa di bello, migliora se stessi, il luogo in cui si vive, il proprio paese. Addirittura il mondo.

UN PIANO, TANTI LINGUAGGI

MASS MEDIA Nel pensare ad una strategia di comunicazione che lanci il volontariato ed in seconda battuta le proprie strutture, si è anzitutto valutato quanto già presente nel territorio, specialmente nell’ambito diocesano.
Volti di volontari: ogni quindici giorni il settimanale diocesano ‘La Voce Misena’ ospita un profilo di volontari. Biografia, storia personale, scelte, motivazioni ed ambito di servizio. Lo stesso profilo si inserisce nella trasmissione settimanale radiofonica (già in onda), curata dalla Caritas diocesana, su Radio Duomo inBlu.
Buone notizie: raccolta di notizie ed eventi che parlano di buone pratiche, curate dal volontariato. La notizia è la buona notizia. Proposta di rubrica quindicinale per i giornali on line del nostro territorio.
Volonclick: creazione di banner che pubblicizzano il volontariato. Da far circolare nei siti informativi, istituzionali, portali, ecc. Proposta alla consulta del volontariato cittadina.

CARTA CANTA Nel pensare ad una strategia di comunicazione che lanci il volontariato ed in seconda battuta il servizio Caritas, è importante recuperare modalità ‘classiche’ di comunicazione, da molti ritenute superate dal web 2.0, ma che hanno ancora qualcosa di importante da dire.
AgendaCaritas: sulla falsariga di un maneggevole ‘Moleskine’ uno strumento con frasi, appuntamenti, idee dedicate al volontariato, alla vita Caritas, a progetti ed altre iniziative.
Luoghi volontari è invece una semplice brochure sul volontariato di ispirazione cattolica presente nel territorio diocesano senigalliese.
Manifestiamoci:
in tempi particolari o in occasioni ‘speciali’ campagne di affissione in città per creare opinione e gettare il sasso nello stagno.

VIDEO Immagini, suoni e parole per raccontare il volontariato. Anche grazie a strumenti tecnologici di larga diffusione, l’invito a guardare il mondo vicino con altri punti di vista, più colorati e costruttivi.
Spot: in appena 60 secondi, il valore della gratuità, il mettersi nel panni degli altri, avere voglia di vivere in una città più a misura di tutti. Un video da far circolare nelle sale cinematografiche, youtube, siti internet, pub, luoghi di aggregazione, supermercati… http://www.caritassenigallia.it/wp/video2.html
Videodoc: un cortometraggio che racconti la realtà Caritas. Pensato soprattutto per un pubblico giovane, può essere usato in occasioni formative, convegni, congressi, stand, fiere… http://www.caritassenigallia.it/wp/video.html
Cortofonino: un concorso di video realizzati con il telefonino sul tema del ‘volontariato’. Lancio e promozione in collaborazione con le scuole, oratori, parrocchie, centri di aggregazione giovanile.

EVENTI Proposte un po’ fuori dal seminato che facciano circolare idee, creino aggregazione, ridestino il gusto dello stare insieme in proposte signficative, leggere e profonde.
Arte, fotografia, libri cinema e sport: tutto quanto parla all’anima. Public art, concorso fotografico, rassegne cinematografiche, incontri con autori e registi. In collaborazione con la libreria ‘Io book’, la biblioteca comunale ‘Antonelliana’ e la fondazione ‘Gabbiano’.
Sport: intorno ad una palla, per dire quanto è bello e gioioso essere volontari. In collaborazione con il Csi di Senigallia e l’amministrazione comunale. Coinvolte anche le associazioni sportive del territorio.
Serata evento: in una fresca sera d’estate, incontro con un cantante significativo della scena musicale italiana. Qualcuno che abbia qualcosa di interessante da dire.

VARIE ED EVENTUALI Stimoli e riflessioni nel cammino diocesano della Chiesa di Senigallia. Corso di formazione per volontari, proposte in sinergia con la Consulta del Volontariato di Senigallia.

1 agosto 2011 - Tragedia a Lampedusa: 25 immigrati trovati morti a bordo di un barcone. ⇒ Leggi la testimonianza dell'operatore di Caritas Italiana a

di Danilo Feliciangeli, operatore Caritas Italiana a Lampedusa
Sono le 4 passate quando mi metto a letto. È stata una nottataccia. La chiamata dalla Capitaneria di porto arriva verso l'una di notte: sono circa 300, tra mezz'ora gungeranno a Lampedusa, al molo commerciale, scortati dalle motovedette. Un altro soccorso in mare aperto, un nuovo arrivo a Lampedusa, la porta d'Europa.
Erano due settimane che non si verificavano sbarchi, un periodo lunghissimo per i numeri degli ultimi mesi, l'isola se ne era quasi dimenticata: tra rassegne cinematografiche, mare stupendo e ristorantini sembra un posto di villeggiatura come tanti altri in questa strana estate. Ma Lampedusa non è mai stato un posto come tanti altri, è nel mezzo del Mediterraneo, tra due continenti così diversi tra loro.
Anche al molo, poco prima dello sbarco, sembra una serata come le tante che l'hanno preceduta, la solita organizzazione, la polizia che controlla in forze, schiere di medici e paramedici pronti in banchina, operatori umanitari, autobus pronti a trasferire i migranti al Centro di accoglienza senza che nessuno se ne accorga. Pochi curiosi cercano di partecipare da lontano, qualcuno con una macchina fotografica tenta di rubare qualche scatto da mostrare agli amici insieme alla spiaggia dei conigli... La solita routine della macchina dei soccorsi.
Poi arriva la notizia, pesante: sembra ci siano cadaveri a bordo del barcone, tra i 5 e 10. Anche questa barca era in avaria, intercettata a circa 35 miglia da Lampedusa. Era partita dalla Libia, 4 giorni fa, sembra.
I migranti sono stati trasferiti un po’ per volta a bordo delle motovedette, ed arrivano al molo scaglionati. Anche i volti sono gli stessi, sono stanchi, alcuni stremati, c'è chi sviene dopo aver toccato terra. Ci sono bambini, famiglie, sono subsahariani, ma anche nordafricani, forse libici. Ci sono anche pakistani, forse qualcuno dal Bangladesh. Tutti migranti che vivevano in Libia da tempo, scappati a causa della guerra. Li guardo in faccia, cerco di incrociare i loro sguardi, di fargli un sorriso...
Intanto sul molo la tensione cresce, tra le forze dell'ordine, la Protezione civile e la Capitaneria di porto. Arriva anche il medico responsabile del presidio sanitario dell'isola, segno evidente che i cadaveri ci sono. Si cerca di saperne di più dai migranti che sbarcano. Quei pochi in condizioni di parlare confermano: i morti ci sono, nella stiva, ma non sanno quanti sono e perché siano morti. Dicono che già mandano cattivo odore, sono morti poco dopo la partenza.
Il barcone della morte, la bara, arriva in rada scortata da due motovedette. Si trasbordano gli ultimi migranti proprio di fronte a noi, assisto alle operazioni da lontano. Dopo pochi minuti si sente forte e deciso il grido “liberi”, segno che a bordo non c'è più nessuno da salvare, le motovedette possono staccarsi dalla barca soccorsa. Ma in questo caso non la lasciano alla deriva, la rimorchiano fino al molo Favorolo, con il suo carico drammatico...
Torno a casa con una profonda angoscia. Non so quanti sono, ma so che questa volta sono morti in parecchi. Mentre mi addormento si sentono in lontananza ancora le sirene... Mi chiedo perché; per i morti non c'è urgenza, forse ci sarà qualche sopravvissuto.
Questa mattina appena sveglio cerco notizie. È andata peggio di quello che sembrava. La stiva del barcone era carica di 25 persone morte asfissiate. Le avevano stipate lì sotto, da una botola di 50 cm di apertura, vicino ai motori. Dopo poche ore l'aria sarà diventata irrespirabile. Non sono riusciti ad uscire, il barcone era troppo pieno, non c'era posto per loro, dovevano morire, di una morte atroce, in viaggio verso l'Europa.

"Una nuova vita"

di Danilo Feliciangeli, operatore Caritas Italiana a Lampedusa
Probabilmente Ahmed (nome di fantasia) non avrebbe mai immaginato cosa sarebbe successo di lui e del suo Paese di lì a poco.
Era una persona importante in Tunisia, nella “sua” Zarzis, una persona stimata e forse temuta: lavorava per la “protezione civile”, una sorta di guardia nazionale, i fedelissimi del presidente dittatore Ben Alì. Era anche membro del “partito”, un rappresentante locale di rilevo, lui, giovane poco più che trentenne.
In realtà Ahmed dimostra più anni di quelli che ha; deve essere stata una vita intensa la sua, che ha segnato il suo volto olivastro, il suo naso storto, forse ricordo di qualche pugno ricevuto.
Ahmed era un uomo importante, quindi, un giovane brillante, che parla arabo, inglese, francese, italiano ed un po’ di tedesco… Ma all’improvviso il suo mondo è cambiato, il suo futuro brillante si è dissolto nel nulla, come il profumo dei gelsomini, che ha inebriato questa primavera araba.
In quel caos delle settimane della rivolta tunisina, dopo la caduta di Ben Alì, il suo destino è stato segnato: mentre il popolo tunisino gioiva per la fine di un incubo c’era chi, come lui, stava perdendo tutto, chi si vedeva costretto a scappare, per paura della rivoluzione, delle rappresaglie e forse delle vendette.
Così alla prima occasione si è imbarcato verso l’Italia: era il 21 gennaio. Ed è stato uno dei primi ad arrivare a Lampedusa.
Ahmed potrebbe essere la risposta a molte nostre domande. Gli italiani in quei giorni si sono chiesti perché i tunisini scappassero dal loro Paese proprio quando era arrivata la rivoluzione… Forse i primi che sono arrivati non la volevano la rivoluzione, forse scappavano proprio da quella rivoluzione.
E quando sono arrivati la voce si è sparsa: «È stato facile, nessuno più controlla, le porte dell’Europa sono aperte!». E così molti altri sono seguiti, molti giovani dopo aver cambiato il loro Paese si sono concessi una vacanza in Europa, alla ricerca di quella libertà che non avevano mai avuto.
Ahmed ha vissuto a Lampedusa per sei mesi, ha cercato di integrarsi, è stato ospitato da lampedusani, è stato accolto in parrocchia, è stato aiutato dalla Caritas, ha fatto piccoli lavori, per passare il tempo, più che per il bisogno di soldi.
E adesso la sua domanda di protezione internazionale è stata accolta, adesso è libero di girare l’Italia e di costruirsi una nuova vita.
Le cose per lui non sono andate come immaginava, non voleva venire in Italia, non voleva rubare il lavoro agli italiani, non voleva spacciare nei pressi della stazione centrale, non voleva andare nelle banlieue francesi, voleva costruirsi la vita nel suo Paese.
Ma la storia è cambiata, ed ora è in Italia.