martedì 2 agosto 2011

1 agosto 2011 - Tragedia a Lampedusa: 25 immigrati trovati morti a bordo di un barcone. ⇒ Leggi la testimonianza dell'operatore di Caritas Italiana a

di Danilo Feliciangeli, operatore Caritas Italiana a Lampedusa
Sono le 4 passate quando mi metto a letto. È stata una nottataccia. La chiamata dalla Capitaneria di porto arriva verso l'una di notte: sono circa 300, tra mezz'ora gungeranno a Lampedusa, al molo commerciale, scortati dalle motovedette. Un altro soccorso in mare aperto, un nuovo arrivo a Lampedusa, la porta d'Europa.
Erano due settimane che non si verificavano sbarchi, un periodo lunghissimo per i numeri degli ultimi mesi, l'isola se ne era quasi dimenticata: tra rassegne cinematografiche, mare stupendo e ristorantini sembra un posto di villeggiatura come tanti altri in questa strana estate. Ma Lampedusa non è mai stato un posto come tanti altri, è nel mezzo del Mediterraneo, tra due continenti così diversi tra loro.
Anche al molo, poco prima dello sbarco, sembra una serata come le tante che l'hanno preceduta, la solita organizzazione, la polizia che controlla in forze, schiere di medici e paramedici pronti in banchina, operatori umanitari, autobus pronti a trasferire i migranti al Centro di accoglienza senza che nessuno se ne accorga. Pochi curiosi cercano di partecipare da lontano, qualcuno con una macchina fotografica tenta di rubare qualche scatto da mostrare agli amici insieme alla spiaggia dei conigli... La solita routine della macchina dei soccorsi.
Poi arriva la notizia, pesante: sembra ci siano cadaveri a bordo del barcone, tra i 5 e 10. Anche questa barca era in avaria, intercettata a circa 35 miglia da Lampedusa. Era partita dalla Libia, 4 giorni fa, sembra.
I migranti sono stati trasferiti un po’ per volta a bordo delle motovedette, ed arrivano al molo scaglionati. Anche i volti sono gli stessi, sono stanchi, alcuni stremati, c'è chi sviene dopo aver toccato terra. Ci sono bambini, famiglie, sono subsahariani, ma anche nordafricani, forse libici. Ci sono anche pakistani, forse qualcuno dal Bangladesh. Tutti migranti che vivevano in Libia da tempo, scappati a causa della guerra. Li guardo in faccia, cerco di incrociare i loro sguardi, di fargli un sorriso...
Intanto sul molo la tensione cresce, tra le forze dell'ordine, la Protezione civile e la Capitaneria di porto. Arriva anche il medico responsabile del presidio sanitario dell'isola, segno evidente che i cadaveri ci sono. Si cerca di saperne di più dai migranti che sbarcano. Quei pochi in condizioni di parlare confermano: i morti ci sono, nella stiva, ma non sanno quanti sono e perché siano morti. Dicono che già mandano cattivo odore, sono morti poco dopo la partenza.
Il barcone della morte, la bara, arriva in rada scortata da due motovedette. Si trasbordano gli ultimi migranti proprio di fronte a noi, assisto alle operazioni da lontano. Dopo pochi minuti si sente forte e deciso il grido “liberi”, segno che a bordo non c'è più nessuno da salvare, le motovedette possono staccarsi dalla barca soccorsa. Ma in questo caso non la lasciano alla deriva, la rimorchiano fino al molo Favorolo, con il suo carico drammatico...
Torno a casa con una profonda angoscia. Non so quanti sono, ma so che questa volta sono morti in parecchi. Mentre mi addormento si sentono in lontananza ancora le sirene... Mi chiedo perché; per i morti non c'è urgenza, forse ci sarà qualche sopravvissuto.
Questa mattina appena sveglio cerco notizie. È andata peggio di quello che sembrava. La stiva del barcone era carica di 25 persone morte asfissiate. Le avevano stipate lì sotto, da una botola di 50 cm di apertura, vicino ai motori. Dopo poche ore l'aria sarà diventata irrespirabile. Non sono riusciti ad uscire, il barcone era troppo pieno, non c'era posto per loro, dovevano morire, di una morte atroce, in viaggio verso l'Europa.

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