lunedì 1 agosto 2011

Una storia

Una storia

Questa non è una intervista. A volte infatti è difficile trovare parole per raccontarsi e il racconto si costruisce sugli atteggiamenti, sugli sguardi, sulle presenze.

La storia di questa famiglia nasce con una immagine: la mamma, giovanissima, minuta, con uno sguardo impaurito, seduta sulla sedia del centro di Ascolto e i suoi tre bambini letteralmente “arrampicati” su di lei come a costituire un tutt’uno. Poche parole, l’essenziale: “Mio marito non lavora, non sappiamo come pagare l’affitto, siamo già stati sfrattati una volta”.

Il marito, una presenza forte, impetuosa, anche se non fisica, è venuto una sola volta per incarnare il capofamiglia duro, padrone possessivo nei confronti della moglie e della famiglia, diffidente, arrogante, arrabbiato con le istituzioni, con i datori di lavoro, con la povertà, con tutti, insomma venuto al Centro per mettere in guardia.

La famiglia d’origine, la suocera soprattutto, lontana, ancora in Sicilia, ma presente nelle decisioni che contano, in pratica in tutte.

Negli incontri successivi al primo le dinamiche non cambiano, sempre poche parole, sempre l’essenziale, come la vita quotidiana, non c’è spazio per altro, neanche per troppo aiuto, neanche per un’amicizia fuori o dentro il CdA: le relazioni costano. Costano fatica, investimento, spingono il cuore ad espandersi, ma il cuore è già pieno: ora non ce la fa.

Piano piano però qualcosa cambia, lo sguardo è più fermo, il sorriso più aperto. Le parole sempre poche, ma finalmente l’inadeguatezza e il timore, sempre presente, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni sguardo si socchiudono: “Qui non mi sento ancora a casa. Sono sola. Sogno Palermo, la mia Sicilia, mia madre… l’azzurro del mio mare. Non ce la faccio a fare amicizia. Mi piacerebbe.”

La difficoltà economica c’è sempre: il marito ha trovato un lavoro con un contratto trimestrale e per poche ore, non c’è ancora spazio per chiedere aiuto alle istituzioni, viste come intrusive e pericolose, è sempre difficile pagare l’affitto, c’è un senso di colpa nell’accettare il pagamento della rata della mensa dei bambini e sono ancora poche le parole.

Eppure lei torna, torna in silenzio, solo con poche parole, quelle che ora il suo cuore sa suggerirle, perché altre non ce ne sono.

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