Visualizzazione post con etichetta caritas italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta caritas italiana. Mostra tutti i post

mercoledì 20 giugno 2012

Giornata Mondiale del Rifugiato - Contributo di Caritas Italiana


Giornata Mondiale del Rifugiato – Roma 20 giugno 2012

Oliviero Forti – Caritas Italiana


Ringrazio l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati per avermi concesso, a nome del tavolo asilo (di cui fanno parte numerose organizzazioni di tutela oggi presenti), l’opportunità di contribuire a questa importante celebrazione. 

La mia breve riflessione prende le mosse da una figura del diritto romano, quella dell’homo sacer, un'espressione latina che tradotta letteralmente significa l’uomo sacro. Colui che è tale non in quanto essere divino ma, al contrario, è un uomo soggetto al giudizio degli dèi. La sacertà è una sorta di pena religiosa, comminata a colui che agiva in modo tale da mettere in pericolo i rapporti di amicizia tra la collettività e gli déi, i quali garantivano la pace e la prosperità della civitas. Incrinare tale rapporto "sacro", tra società e déi, 
significava porre in pericolo la stessa sopravvivenza della collettività. Per questo la vita di un homo sacer era priva di valore sia umano che divino. 

Gli atti di sacertà, quando posti in essere, erano considerati tanto gravi da non poter essere puniti neppure dai cittadini, ma unicamente dagli déi. Il reo, quindi, non si vedeva comminare una pena, ma veniva isolato dal gruppo, abbandonato da chiunque. 

Quella dell’uomo sacro è, evidentemente, una metafora della società moderna dove la legittimazione dello spazio politico, dei confini statuali, è spesso costruita sull’esclusione degli uomini sacri, di coloro che Bauman arriva a chiamare i rifiuti contemporanei, ovvero persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza. Mi riferisco agli esuli, ai richiedenti asilo e ai rifugiati. La modernità, dice Bauman, è luogo di scarti umani, quelli che mal si adattano al modello progettato, al modello di Stato chiamato ad assicurare il benessere sempre e comunque. 

Sul binomio di opposizione e di esclusione si è costruita l’identità statale, secondo una coincidenza tra identità di popolo e confini dello Stato, entro cui questo stesso popolo cresce e sviluppa la propria coesione escludente. 

Lo Stato contemporaneo rivendica ancora oggi, in un contesto globalizzato, la pretesa del diritto di esenzione, con la volontà di poter salvaguardare la propria progettualità e la propria esistenza. Ma tale convinzione è fittizia in quanto lo Stato si trova impossibilitato a garantire le sicurezze economiche e 
lavorative dei cittadini (la crisi ne è testimonianza viva), quando poi non deve addirittura scontrarsi con entità sovranazionali che ne limitano il raggio di azione. 

Vien da sé il riferimento alla sentenza CEDU sul caso Hirsi ed altri: uno Stato, quello Italiano, che nella pretesa di salvaguardare la propria progettualità e la propria esistenza, deroga al diritto interno ed internazionale, respingendo coloro che incarnano tutto ciò che i nativi temono e che suscita loro un 
profondo disagio in quanto specchio di quella fragilità umana che noi preferiremmo non ricordare. Nonostante il nostro paese, per quei respingimenti, sia stato condannato dalla CEDU, purtroppo nulla sappiamo circa l’accordo tra Italia e Libia di cui abbiamo, invece, una flebile traccia nel processo verbale recentemente pubblicato dalla stampa nazionale da dove non si evince alcun riferimento circa le garanzie per i richiedenti asilo, né l'inserimento di disposizioni che vincolino in modo più stringente ogni programma di cooperazione al rispetto del diritto internazionale ed europeo sulla tutela dei rifugiati e dei diritti umani. 

Siamo convinti, invece, che la previsione di un supporto alle nuove autorità libiche nel dotare il paese di un ordinamento giuridico conforme agli standard internazionali in materia di diritti dell’uomo e il sostegno, anche attraverso interventi di cooperazione, allo sviluppo di sistemi di protezione adeguati nei confronti dei rifugiati e delle vittime di tratta, debba costituire una priorità nei rapporti di collaborazione tra i due paesi. 

Purtroppo con i respingimenti si è ribadito quel principio di sicurezza tanto caro ad un potere politico in cerca di legittimazione. I governi, privati dai processi di globalizzazione delle loro prerogative statuali, catalizzano la loro forza ed attenzione su bersagli che possono contrastare più facilmente come i migranti, gli esuli, i rifugiati, contro cui possono scaricare le ansie e i timori derivanti da processi globali su cui lo Stato ormai non ha più alcun potere di determinazione, a partire dall’economia e dal lavoro. 

Eppure quei processi globali, che non si riesce più a governare come entità nazionali, sono alla base dei flussi che vedono migranti e rifugiati spostarsi numerosi sul nostro pianeta, in cerca di protezione e di risposte. 

Lo scorso anno ne abbiamo accolti, a seguito delle note vicende nord Africane, oltre 55 mila, in uno sforzo congiunto tra istituzioni e privato sociale che va certamente ricordato e sottolineato. Ma è giunto il momento di andare oltre, di superare quella che fino a ieri era un’emergenza e che oggi rischia di trasformarsi in un definitivo fallimento del sistema. 

Le soluzioni per affrontare con determinazione questa empasse sono state più volte ricordate alle istituzioni competenti e rimaniamo in attesa di presentarle come tavolo asilo, che qui oggi rappresento, direttamente al Ministro Cancellieri. 

Innanzitutto il primo passo da fare è

a) rilasciare un permesso di protezione umanitaria/temporanea, a coloro la cui domanda è stata rigettata, convinti che anche l’Europa capirebbe questa scelta dettata innanzitutto dal buon senso; 

b) dare garanzia di continuità ai percorsi di accoglienza (e quindi ai relativi finanziamenti) fino al 31 dicembre 2012. La prosecuzione delle misure di accoglienza e il rilascio dei permessi di soggiorno per motivi umanitari 
non sono aspetti tra loro indipendenti, ma rispondono alla medesima logica: quella di supportare con misure appropriate il superamento dell'emergenza. Le misure di accoglienza per i profughi dal Nord Africa, infatti, non dovrebbero più limitarsi, come purtroppo è avvenuto in molti casi, ad una mera ospitalità, ma vanno strutturate in modo da essere funzionali a sostenere una progressiva autonomia abitativa e lavorativa delle persone accolte. 

c) garantire l'assorbimento nel sistema SPRAR dei programmi/progetti che durante l'emergenza Nord-Africa hanno garantito standard idonei di tutela e hanno concretamente dimostrato di rispondere ai requisiti 
previsti dallo stesso SPRAR.

In generale ribadiamo con forza che il caotico e costoso affastellarsi di interventi straordinari di emergenza, avvenuto nel 2011 e 2012, solo in minima parte può essere ricondotto ad un effettivo aumento delle domande di asilo (che pure c'è stato), ma è diretta conseguenza delle carenze strutturali del sistema d'asilo italiano, da anni sottodimensionato rispetto alle reali esigenze dell'accoglienza dei richiedenti asilo e del tutto inidoneo. Appare sempre più urgente che l'Italia si doti di un sistema di accoglienza efficiente che sia in 
grado di gestire la protezione dei richiedenti asilo e i percorsi di inclusione dei titolari di protezione internazionale o umanitaria, specie nelle grandi aree metropolitane, attraverso mezzi e procedure ordinarie. 

Crediamo che investire in un sistema di accoglienza in grado di restituire al richiedente asilo e al rifugiato la sua dignità di persona umana, significhi far transitare il suo destino dalla condizione di uomo sacro, l’homo sacer di romana memoria, alla sacralità dell’uomo. Non più, dunque, l’indesiderato, il reietto a cui le società moderne chiudono le porte e i porti (il caso di Lampedusa è paradigmatico), e per il quale progettano e creano luoghi “sicuri” frutto di una politica per la sicurezza non più sostenibile, ma il fratello per cui 
promuovere, come ci ricorda Benedetto XVI, “nuove progettualità politiche, economiche e sociali, che favoriscano il rispetto della dignità di ogni persona umana, la tutela della famiglia, l’accesso ad una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza”. 


martedì 31 gennaio 2012

Presentato il Rapporto Diocesano delle Povertà “Carità e missione. Documento di riflessione sulle povertà e le fragilità”


 “La carità per essere efficace deve conoscere approfonditamente le situazioni concrete di povertà. Di qui il senso di questa indagine, realizzata seguendo il metodo della Caritas che si fonda sul vedere, giudicare e poi agire.” Così il Vescovo di Senigallia, Mons. Giuseppe Orlandoni ha aperto l'incontro alla Chiesa dei Cancelli di venerdì 27 gennaio, in cui è stato presentato il Rapporto Diocesano delle Povertà “Carità e missione. Documento di riflessione sulle povertà e le fragilità.”
Il Direttore della Caritas di Senigallia, don Aldo Piergiovanni, ha sottolineato come questo lavoro, che si inserisce nel cammino del Sinodo diocesano, rappresenti non solo un documento di riflessione, ma anche di formazione, perché, proprio dal Sinodo diocesano, è emerso che la carità viene ancora intesa come iniziativa pratica e non nella sua pienezza evangelica e che c'è scarsa preparazione di fronte alle nuove forme di povertà e alle loro cause.  L'invito del Sinodo è di promuovere l'uscita dai percorsi di sofferenza per rendere autonome le persone in difficoltà e di evidenziare il legame profondo tra catechesi e carità.
All'incontro era presente anche Mons. Giuseppe Merisi, Vescovo di Lodi e Presidente di Caritas Italiana, che ha proposto una riflessione pastorale su Povertà e Fragilità, partendo da cosa pensa il Signore Gesù su povertà e carità, cosa ne pensa la Chiesa e cosa possiamo fare concretamente nelle diocesi. Citando più passi dei Vangeli, in particolare Matteo, ha sottolineato la necessità di amare il prossimo, nel senso di venire incontro alle necessità degli altri, che sono fragili, in difficoltà. Questa condizione di fragilità è legata non solo alla mancanza di mezzi ma anche di altro. La possiamo vedere nella persistenza dell'illegalità, nello sfruttamento del lavoro degli immigrati, nella dipendenza, nella diversa abilità, nella delinquenza minorile, nella condizione dei carcerati, nella negazione della vita e della dignità, e in molte altre situazioni. Vivere la fede significa guardare con occhi di bontà gli ultimi, gli emarginati, coloro che si trovano in condizione di fragilità, in difficoltà.
I dati ISTAT confermano la tendenza all'impoverimento delle famiglie. C'è forte criticità dell'occupazione che colpisce soprattutto i giovani. Il volto della povertà sta cambiando a causa di problemi occupazionali, familiari, abitativi. Emergono nuove povertà giovanili, c'è nuova emergenza degli immigrati, e molto altro. Come rispondere a questa difficoltà? La Caritas è invitata ad offrire percorsi attraverso i volontari per educare i giovani alla responsabilità, per la formazione permanente. Questa impegno pedagogico è un valore fondamentale a servizio del territorio. Un altro valore è la testimonianza: bisogna guardare con occhi di bontà a tutte le persone con cui viviamo, poi all'emarginato. Bisogna sentirsi dentro uno spirito di comunità. La Caritas insieme alle altre associazioni intende offrire la capacità di un percorso ai giovani per mettersi a disposizione. Occorre promuovere il bene comune a partire dalla carità, rimuovendo gli ostacoli che impediscono di impegnarsi nel rispetto delle reciproche responsabilità, a partire dai poveri e dagli ultimi.
Il Professor Emanuele Pavolini dell'Università degli Studi di Macerata ha analizzato i dati dello studio, sottolineando alcuni aspetti importanti. Anche se la situazione in Italia nei prossimi anni peggiorerà, ci sono dati positivi. Il primo “tesoro sociale” è rappresentato da questi dati: 400 volontari nel nostro territorio, 28 parrocchie che distribuiscono alimenti, 35 Caritas parrocchiali, 275 mila euro elargiti dal Fondo di solidarietà nel periodo 2009-2011. Il numero dei volontari è una forza estremamente rilevante. 7000 persone su 130000 abitanti di questa diocesi sono state contattate dalla Caritas, quindi 1 persona su 20 si trova in difficoltà. Fare volontariato significa anche contribuire al Fondo di solidarietà e ben 1300 famiglie, molte delle quali non in buone condizioni economiche, fanno donazioni mensili al fondo. Questa solidarietà ci può aiutare ad affrontare i tempi duri.
Un altro aspetto positivo riguarda la sinergia con le istituzioni pubbliche e con le imprese. Il progetto FARIS mette in campo una collaborazione efficace fra Fiorini Industrial Packaging, il Comune, la Caritas e l'Università Politecnica delle Marche sul programma di ricerca triennale dal titolo “La responsabilità sociale di impresa in un'ottica integrata: Le famiglie a rischio di disagio nel Comune di Senigallia”. Le sfide vanno affrontate in un'ottica sinergica, in cui ognuno dà il proprio contributo, senza per questo pensare che le amministrazioni pubbliche fanno un passo indietro, perché il volontariato lavora meglio laddove c'è un'amministrazione pubblica forte. Naturalmente la Caritas diocesana non si può sostituirsi al ruolo degli enti pubblici nel rispondere a tutti i bisogni della popolazione, né tale istituzione è l'unica nel campo del mondo del volontariato e del terzo settore ad occuparsi di temi inerenti le politiche sociali.
Un dato molto preoccupante, emerso dall'indagine, riguarda il ritorno degli italiani fra gli utenti della Caritas. Prima erano pochissimi, ma negli ultimi anni il 48% degli interventi ha riguardato famiglie italiane. C'è inoltre il ritorno di famiglie di immigrati, che erano state aiutate dalla Caritas molti anni fa ed erano diventate autonome, ma ora sono di nuovo in difficoltà. Un altro elemento di grave preoccupazione riguarda le reti parentali. Anni fa, in momenti di crisi le reti parentali erano di aiuto, ora invece “saltano” i meccanismi di redistribuzione e di compensazione interni alle reti familiari. Le giovani coppie, che a mala pena riescono a sostenersi economicamente, difficilmente possono venire in aiuto dei genitori anziani, in presenza di difficoltà economiche o di salute. Le coppie in età centrale faticano a farsi carico sia dei genitori anziani che delle necessità dei figli in uscita dal nucleo familiare. In molti casi le famiglie da risorse diventano problema. Il 4-5% delle famiglie si impoveriscono per spese sanitarie che spesso sono legate all'invecchiamento. Addirittura molti rinunciano a farsi curare.
Cominciano ad esserci coppie che non si separano per non diventare poveri.
Un altro dato preoccupante è che cresce l'indebitamento di molte famiglie e una fetta di questo deriva da spese non necessarie, come spese per cerimonie, alle quali non sono disposte a rinunciare per motivi culturali o di legittimazione sociale. Il problema si pone anche per spese voluttuarie, come televisori al plasma o cellulari.
Sta emergendo, inoltre, un'altra categoria di soggetti a rischio di disagio: le famiglie numerose provenienti dai comuni del Sud Italia, prive, nel contesto locale, di reti parentali sulle quali fare affidamento per sostegno economico e per la cura dei figli.
La crisi colpisce sempre più fasce di popolazione non abituate e silenti, che non parlano dei problemi. Questa è la povertà nella “normalità”. Si sta passando da un modello di sviluppo economico fondato sul cosiddetto lavoro salariale, a tempo indeterminato e alle dipendenze, ad un modello caratterizzato dalla flessibilità e alla adattabilità immediata, a detrimento della sicurezza del posto di lavoro tipica del passato.
Un altro elemento di mutamento riguarda le dinamiche interne della famiglia che mostra segni di instabilità e di difficoltà di funzionamento, dalla diminuzione del tasso di natalità alla crescente instabilità coniugale. Accanto a questo, anche il modello di welfare pubblico mostra importanti criticità: nel nostro territorio, come nel resto d'Italia, la risposta pubblica ai bisogni degli anziani, famiglie con minori, famiglie in cerca di abitazione, immigrati e persone in difficoltà è insufficiente. Stiamo assistendo ad un cambiamento nelle caratteristiche della domanda sociale e dei bisogni non solo quantitativa ma anche qualitativa. Nei prossimi anni dovremo aiutare persone con problemi economici ma che mascherano altri disagi. Vanno aiutate nel come spendere i soldi. Si pone il problema di offrire una forma di educazione per fare spese in modo responsabile. Non occorre solo un sostegno economico o spirituale, ma anche cognitivo. E questa è una grande sfida da affrontare con strumenti adeguati, con la conoscenza e la formazione.



Barbara Assanti
 Ufficio Stampa Caritas Diocesana

mercoledì 25 gennaio 2012

Rapporto Povertà Caritas Diocesana di Senigallia


La Caritas Diocesana di Senigallia questo venerdì 27 gennaio 2012 alle ore 21.00 - presso l'autiorium Chiesa dei Cancelli -presenterà il rapporto diocesano sulle povertà.
L'appuntamento reintra all'interno del cammino Sinodale della nostra Chiesa; ci aiuteranno nella riflessione S.E. Mons. Giuseppe Merisi, Vescovo di Lodi e Presidente di Caritas Italiana ed il prof. Emanuele Pavolini dell'Università di Macerata.



martedì 9 agosto 2011

EMERGENZA NORD AFRICA

«Il mio pensiero va anche alla Libia, dove la forza delle armi non ha risolto la situazione. Esorto gli Organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche e militari a rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un piano di pace per il Paese, attraverso il negoziato ed il dialogo costruttivo». Così Benedetto XVI durante l’Angelus di ieri, domenica 7 agosto. Alle parole del Santo Padre fanno eco quelle di mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vescovo di Tripoli: «Tutti devono accogliere l’appello del Papa alla conciliazione, dai politici ai vertici della Nato, a qualsiasi istituzione che possa avere l’autorevolezza di essere accettata dalle parti in causa. Siamo nel mese di Ramadan e questo può facilitare a tutti la consapevolezza che le armi non sono la soluzione». In Libia viveri e benzina scarseggiano. A Tripoli comincia a mancare l’elettricità e diventa dunque difficile conservare i viveri che ci sono, soprattutto adesso che è estate. Di conseguenza, i prezzi subiscono notevoli aumenti. Va avanti comunque il lavoro della Chiesa locale grazie soprattutto alle religiose rimaste nel Paese. A Bengasi sono presenti suore e operatori pastorali, ma restano difficili i contatti e le comunicazioni. Intanto proseguono incessanti le attività umanitarie – soprattutto quelle di prima emergenza – delle Caritas locali nelle aree di crisi in Nord Africa e in Medio Oriente. Attività che si sono ulteriormente sviluppate e organizzate, sia all’interno dei singoli Paesi sia nei punti di confine, in particolare tra Libia e Tunisia e tra Libia ed Egitto. In tali contesti, grazie al lavoro di operatori umanitari, competenti anche dal punto di vista legale (tutela dei diritti, inoltro delle pratiche per l’ottenimento dello status di rifugiati, ecc.), la Caritas opera da mesi seguendo centinaia di persone originarie soprattutto dell’Asia e dell’Africa sub-sahariana. A metà luglio si è svolta una missione di Caritas Italiana in Tunisia per monitorare la situazione dei profughi, coordinare e rilanciare, con la Caritas locale, gli interventi. In particolare sono stati rafforzati i progetti di accompagnamento e di aiuto ai profughi sub-sahariani nel campo profughi di Shousha presso Ben Garden, e in altre località. Al confine tunisino lo staff Caritas offre un servizio di informazione e aiuto per il rimpatrio e la cura dei casi più vulnerabili. Caritas Tunisia ha potenziato la distribuzione di medicine e prodotti igienici che finora ha riguardato più di tremila persone. Al confine egiziano la Caritas, in coordinamento con le autorità, distribuisce viveri e acqua a più di 2.000 persone al giorno. Al confine con il Niger viene assicurata assistenza a circa 4.000 persone. Caritas Italiana è in costante contatto con tutte le Caritas del Medio Oriente e Nord Africa, monitora i bisogni della popolazione e fornisce costante supporto e aiuti concreti.

lunedì 8 agosto 2011

"Le ore che passano lente, sul bordo di una piscina che non c'è più..."

di Danilo Feliciangeli, operatore Caritas Italiana a Lampedusa
La “base Loran”: che nome esotico. Chissà cosa pensavano i giovani marines americani, che negli anni Ottanta venivano assegnati a presidiare questa piccola base radio, su questo scoglio in mezzo al Mediterraneo.
I lampedusani ancora li ricordano, gli americani, come una presenza allegra, non ingombrante… «È vero, erano i padroni dell’isola» dice qualcuno «ma mettevano allegria quando giravano in gruppo per il paese un po’ alticci, ridendo e cantando canzoni in inglese!».
Molti ancora ricordano la piscina interna alla base Loran, dove gli americani avevano trasportato la sabbia dalla Spiaggia dei Conigli per fare il campo da beach volley. Oggi non puoi spostare nemmeno una pietra su quella spiaggia, ormai diventata oasi protetta. Chissà quante uova di tartaruga Caretta Caretta saranno finite schiacciate sotto i piedi di ragazzotti americani che giocavano a beach volley... Ora siamo seduti sul bordo di quella piscina, io e Abedì, o meglio su quello che era il bordo di quella piscina.
Alle base Loran gli americani non ci sono più, ora ci sono gli africani, “i turchi”, come li chiamano i lampedusani (… quanti popoli sono passati per questa isola…). La base Loran ospita oggi circa 150 “minori stranieri non accompagnati”, ragazzi tra i 14 e i 17 anni arrivati qui dal mare, a bordo dei barconi che salpano quasi ogni giorno dalla Libia. Non sono come i turchi, che venivano per depredare, non sono come gli americani, che si sentivano i padroni dell’isola, sono gli ultimi degli ultimi, giovani ghanesi, maliani, nigeriani, bangladesi, che vivevano da immigrati in Libia, senza genitori, scappati dal loro Paese per la fame o per le violenze. Come Abedì.
Abedì ha interrotto la solita partitella a pallone sopra la piscina, ormai ricoperta di cemento e trasformata in cortile (la chiamano campetto da calcio, ma non ha nemmeno le porte), per unirsi a noi in preghiera. Oggi alla Base Loran c’è un gruppo di giovani italiani, della comunità di Sant’Egidio, che organizzano un momento di preghiera per questi ragazzi accolti alla base Loran. Stiamo lì seduti in raccoglimento, uno di fianco all’altro, ascoltiamo i passi del Vangelo, ascoltiamo le parole del parroco di Lampedusa, Abedì tiene le mani giunte, è veramente assorto.
Al termine della preghiera scambiamo due parole. Quando gli dico che sono italiano, con gratitudine mi dice: «Gli italiani sono brave persone!». Io mi guardo intorno, e ripenso alle condizioni in cui gli italiani tengono questi ragazzi da settimane: se eravamo cattive persone cosa gli facevamo?!
Così, per ricambiare il complimento, gli dico con entusiasmo: «Be', anche i ghanesi sono brave persone!” e lui mi inizia a raccontare di come i ghanesi gli hanno ucciso i genitori. Prima il padre, in piazza durante degli scontri, nemmeno sapeva perché, forse una protesta, ma chissà contro cosa. Poi la madre, in casa, prima violentata e poi uccisa davanti ai suoi occhi da un gruppo di balordi.
No, secondo Abedì i ghanesi non sono brave persone. Ho fatto una gaffe terribile. Mi racconta che lui in Ghana non vuole più tornare, che non ne vuole più sapere del Ghana, che non gli importa più nemmeno del suo idolo, Abedì Pelè, il campione di calcio di cui porta il nome. Come dargli torto?
Abedì a 16 anni ha già visto morire ammazzati i suoi genitori, è partito con dei coetanei verso il deserto, lo ha attraversato non si sa come (o almeno non vuole dirmelo), è finito in Libia dove aveva un cugino, ha lavorato come garzone in un banco al mercato di Tripoli e ha dormito in strada di notte per più di un anno, cercando di sfuggire alla polizia libica.
Poi le bombe, la guerra, le bande per strada che andavano a caccia di “neri” e il sogno dell’Europa, la traversata in mare ed ora è qui, seduto sul bordo di una piscina che non c’è più, in una base americana che non c’è più, su un’isola che chiamano la porta d’Europa, di un'Europa che non c’è più o che forse non c’è mai stata.
Forse Abedì merita di più di questo. Forse merita di più di essere accolto in questo posto ormai fatiscente, con le pareti scrostate, i materassi in terra, il mobilio scadente, un solo piccolo televisore mezzo rotto che trasmette solo canali italiani, e dove tutto il giorno passa le sue giornate senza far nulla, come gli altri ragazzi, poco più che bambini, che condividono con lui la stessa storia.
Chissà cosa avrà pensato durante la preghiera Abedì, chissà cosa avrà chiesto al suo Dio. Forse avrà ringraziato per averlo fatto arrivare sano e salvo in Italia, o forse si sarà disperato e avrà chiesto perché sia dovuto nascere in Ghana invece che in Italia.

martedì 2 agosto 2011

Lampedusa. Nell'emergenza, la riscoperta della propria identità e l'organizzazione della solidarietà

di Paola Ortensi, associazione La Lucerna
I cinquanta giorni dell’emergenza e la prima organizzazione della solidarietà
Nel febbraio 2011 Lampedusa sale alla ribalta delle cronache di giornali e telegiornali. Un’emergenza annunciata scoppia e sembra trovare tutti impreparati. Migliaia di profughi, immigrati, traversano il canale di mare che separa l’Africa dall’Europa, dall’Italia. Sono tunisini, marocchini e gente proveniente da Paesi del centro Africa. Affrontano un mare spesso in tempesta, molti non ce la faranno perché le imbarcazioni nelle quali vengono caricati sono state definite “carrette del mare”. E per molti di loro, che si sono affidati agli scafisti, il viaggio di speranza diventa un viaggio senza ritorno. Il Mare Mediterraneo diventerà la loro tomba.

In poco tempo la piccola isola, di soli 5.000 abitanti, vede la popolazione più che raddoppiata. Un insieme di volti chiari, scuri, gente che parla lingue diverse. In 50 lunghi giorni approdano sulle sue coste oltre 6.000 persone e inizia l’emergenza. Il Centro di accoglienza è chiuso da due anni, il Governo è assente. La popolazione è sola ad affrontare la situazione. Le cronache dei giornali e delle televisioni si riempiono di notizie allarmanti; l’isola vede gente ammassata nel porto, su una collina vicina, che viene chiamata “collina della vergogna”. E la gente che approda ha bisogno di tutto: acqua, cibo, coperte, vestiario, cure mediche… E tutti si danno da fare, svuotano frigo e danno fondo alle provviste, portano le coperte che hanno, conducono con sé, a casa, i piccoli, più fragili, per lavarli dopo giorni di traversata difficile, curarne le ferite e le piaghe che la permanenza in barca ha procurato, dare loro da bere e da mangiare e li riportano poi alle loro mamme. I commercianti offrono merce, quello che hanno. Ma i giorni passano e la solitudine della popolazione aumenta.

E i lampedusani si stringono attorno a loro e si prestano con generosità, riscoprendo identità e valori forse sopiti; e, in particolare, l’identità di gente di una piccolissima isola all’estremo Sud dell’Italia e dell’Europa, più vicina geograficamente alla Tunisia. Isola lontana dal pensiero e dalle preoccupazioni dell’Italia. La gente di Lampedusa e di Linosa – altra piccola isola che fa parte dello stesso comune e partecipa all’emergenza con piccole forme di accoglienza temporanea, dato il numero degli abitanti, appena 300 – è gente di mare, pescatori, abituati a dare soccorso a chiunque in mare si trovi in difficoltà e in pericolo di vita. Gente che ha vissuto il dramma dell’emigrazione forzata per cercare lavoro; che sa le sofferenze di chi parte e lascia famiglia, affetti, patria e tutto il resto per trovare una soluzione alla fame e alla mancanza di lavoro per sé e per la famiglia.

I valori di solidarietà, che si manifestano in questa occasione, hanno bisogno di trovare un punto di organizzazione, di aggregazione, che non faccia rischiare di perdere il bello che si sta costruendo. La comunità parrocchiale si organizza, offre spazi, mette insieme gruppi di volontari, fa appelli alle Chiese sorelle d’Italia perché vengano in loro soccorso. Nei 50 giorni dell’emergenza, come riconosciuto da tanti, anche da coloro che non fanno parte della comunità ecclesiale, è la gente, organizzata dal parroco, don Stefano Nastasi, che con il Consiglio pastorale parrocchiale e con la Caritas parrocchiale, si fa prossimo e non lascia soli i profughi, senza dimenticare la gente dell’isola, allo stremo delle forze per l’impegno prodigato e la solitudine vissuta.
Visita a Lampedusa

Una piccola delegazione de La Lucerna, laboratorio Interculturale, impegnata da 10 anni con persone immigrate, rifugiate, richiedenti asilo, alla quale si è affiancata una missionaria scalabriniana, ha deciso di trascorrere una settimana nelle due isole. La visita aveva lo scopo di “ascoltare”, conoscere la situazione, rendersi conto di ciò che era accaduto nei primi giorni dell’anno e di cui ancora si sente parlare, in modo sommesso e quasi nascosto nelle cronache correnti. Siamo arrivate in quattro a fine giugno.

Gli incontri, tutti di una grande significatività, ci hanno fatto scoprire la ricchezza della gente, la disponibilità a “perdere tempo” con noi per dirci come hanno vissuto quei momenti e quali conseguenze tutto ciò sta avendo su di loro. Abbiamo incontrato il parroco, membri del Consiglio pastorale e della Caritas, gestori di bar e residence, commercianti; abbiamo parlato con le persone di un gruppo di volontariato, Askavusa, che da tre anni organizza nell’isola l’evento interculturale e artistico “Lampedusainfestival” e si sta battendo per realizzare nell’isola un Museo dell’Immigrazione, dove raccogliere i materiali che il mare riporta a riva o ciò che si trova nei relitti delle barche degli immigrati: Corani, vestiti, pentole, lampade, ancore, pezzi di legno, scarpe, foto, lettere…
Attraverso di loro avvengono altri incontri, con il falegname – artista che dal legno delle barche ha ricavato delle croci, donate al vescovo, al parroco, portata al Papa; con artisti di strada, che lavorano la pietra dura, l’argento, il filo per farne lavoretti di macramè. A Linosa siamo stati accolti nel prefabbricato di Francesca, Claudia e Giuseppe, centro di immersione e di pesca subacquea. A tutti e tutte siamo debitrici di una accoglienza senza riserve, generosa, e pronta a donarci qualcosa di loro, del loro amore per queste isole, dalla natura incontaminata.

Siamo andate alla porta d’Europa, che però giace in stato di abbandono. Abbiamo visitato il piccolo cimitero dell’isola di Lampedusa dove una piccola parte è dedicata ai profughi senza nome e dove persone pietose hanno portato dei fiori accanto alla croce. In alcune tombe senza nome c’è un numero, forse unico elemento di identificazione di uno degli emigrati morti e di cui forse la famiglia lontana non sa dove si trovino le spoglie.

Tutto nella visita ha avuto un senso. Specie gli incontri e la relazione con le persone. Abbiamo visto pochi immigrati, perché ormai la “macchina organizzativa” del Governo funziona, al punto che le persone che sbarcano sono diventate “invisibili”. Non si sa quando arrivano, ma lo si percepisce dal rumore degli elicotteri e dalle sirene con le ambulanze, che indicano che qualcosa è avvenuto o sta avvenendo. Poi, allo sbarco, gli organismi a ciò preposti, come Cri, Medici Senza Frontiere, Protezione civile… provvedono all’avvio della gente in ambulanze al Pronto soccorso o ai due Centri di accoglienza dell’isola, da dove il giorno successivo verranno inviati ad altre destinazioni dei Centri d’Italia.

L’aspetto triste della vicenda di queste due isole è che l’emergenza vissuta al riflettore delle cronache e nella solitudine in cui sono stati lasciati dalle istituzioni, ha fatto crollare il turismo, risorsa principale del luogo. La crisi si fa già sentire pesante a inizio luglio e si teme che possa avere conseguenze ancora più disastrose nelle prossime stagioni e in futuro. E a tutto ciò si aggiunge forse la contraddizione di avere vissuto 50 giorni insieme con i profughi e ora non sapere più niente di loro, non vederli più, non sapere dove sono andati i primi e dove sono destinati gli ultimi arrivati. Ci si percepisce come usati e strumentalizzati per qualche disegno più grande di loro, incomprensibile. Tuttavia la gente è pronta a reagire.
Un ponte tra passato e futuro. Lampedusa “capitale dell’Amore”

Il parroco ci dice che ciò che ovunque è normalità, diventa qui straordinarietà, come l’arrivo di un quotidiano o il rifornimento di frutta e verdura quando il mare è grosso. E in questa situazione di straordinarietà è avvenuta l’emergenza. È necessario andare a Lampedusa e Linosa per rendersene conto. La natura è molto bella e incontaminata, le cale si aprono sul mare di un blu intenso; si vedono poche vestigia di opere murarie di tempi antichi, che andrebbero valorizzate…
E la gente, che ha vissuto la contraddizione dell’emergenza per 50 giorni, non si deve pentire di essere stata solidale. E il patrimonio culturale dell’isola non dovrà andare disperso. È questo forse l’impegno principale che la comunità parrocchiale avrà da affrontare. Da un lato non fare perdere la memoria della significatività di ciò che hanno vissuto, dall’altro ricostruirsi come comunità a partire dal quotidiano. Si tratta di creare un ponte tra i valori del passato, legati strettamente alla cultura del paese, e i valori su cui puntare per una realtà diversa, un modello di solidarietà da diffondere anche ad altre realtà italiane.
La comunità parrocchiale, impegnata in prima linea nell’organizzare la solidarietà nell’emergenza, ha saputo, in questa occasione, legare la vita di fede – con momenti di preghiera e celebrazione dei sacramenti e di ascolto della Parola – con la quotidianità e con lo stimolo alle istituzioni a dare segni di presenza. Inoltre si è impegnata nel cercare di attivare altre presenze di volontariato per ridare vitalità alla gente e stimolarla a rendersi protagonista, nel valorizzare le opere antiche del luogo, i luoghi naturali, il turismo non più di massa, ma intelligente e responsabile, attento all’arte, alla cultura, alla natura delle isole.
E in questo impegno si aggiunge la presenza significativa del vescovo di Agrigento, mons. Franco Montenegro. Sembrano significative alcune frasi dell’Omelia del vescovo, che non ha lasciato sole le popolazioni di Lampedusa e di Linosa nei giorni dell’emergenza. Egli ha voluto trascorrere in questi luoghi tre giorni, dalla veglia pasquale al Lunedì dell’Angelo. Nella veglia egli ha detto, tra l’altro: «Nella nostra famiglia in questo momento, sono gli abitanti di Lampedusa ad avere bisogno di tutta la nostra vicinanza e il nostro affetto… Per noi la Pasqua ha un significato, non è un ricordo…».
Durante la celebrazione dell’Eucaristia ha mostrato ai fedeli raccolti in preghiera il suo “bastone pastorale”; non è di argento o di oro, ma di legno, e ha detto: «Questo è il pastorale che mi avete regalato e lo porto con me. È fatto con il legno delle barche degli immigrati». Un artista dell’isola, Franco Tuccio, lo ha preparato per lui e insieme con il parroco glielo hanno voluto donare in segno di riconoscenza per la sua vicinanza con loro.
E aggiunge ancora: «Voi state costruendo un mondo diverso con l’amore. Se la Pasqua è il volto di un mondo nuovo devo dirvi Buon Anno. È l’anno nuovo che voi avete fatto nascere. Lampedusa è diventata capitale dell’amore. In un mondo che rischia di diventare disumano, voi avete fatto questo».

UNA SOLA FAMIGLIA, LA SPERANZA OLTRE LA CRISI - di don Vittorio Nozza

Il Rapporto annuale Istat (presentato a Roma il 23 maggio) mostra che l’Italia ha pagato, a causa della recessione, un

prezzo elevato in termini di produzione e disoccupazione,ma ne ha anche limitato l’impatto sociale e ha evitato crisi sistemiche analoghe a quelle di altri paesi. La ricchezza di cui dispongono le famiglie, un tessuto produttivo robusto e flessibile, l’ampio ricorso alla cassa integrazione, il rigore nella gestione del bilancio pubblico, le reti di aiuto informale sono gli elementi che spiegano perché la caduta del reddito prodotto, la più forte tra i grandi paesi industrializzati, non si è trasformata in una crisi sociale di ampie dimensioni.

Tuttavia è stato anche detto, alla presentazione del Rapporto, che «il sistema Italia appare vulnerabile, e più vulnerabile di qualche anno fa». È evidente che per fronteggiare le recenti difficoltà economia e società italiane hanno eroso molte delle riserve disponibili. Ad esempio: le famiglie hanno ridotto drasticamente il tasso di risparmio per sostenere il loro tenore di vita; i vincoli di finanza pubblica rendono minimi gli spazi di manovra della politica fiscale; l’economia nazionale mostra evidenti difficoltà nella fase di ripresa,meno sostenuta di quella di paesi a noi vicini come Francia e Germania.

L’oggi in quattro parole Quattro parole, in modo particolare, possono aiutare a cogliere il contesto storico dentro il quale ci troviamo ad affrontare, in Italia, i risvolti sociali dell’attuale crisi economico finanziaria.

1. La vulnerabilità delle persone e delle famiglie. Nel nostro paese sono state perse quasi 900 mila unità di lavoro a tempo pieno. È aumentata l’area dell’inattività. L’occupazione cresce prevalentemente nei servizi a più basso contenuto professionale. Si riduce il numero delle posizioni più qualificate. Ciò implica, a parità di altre condizioni, un sottoutilizzo del capitale umano: guadagni più bassi, minori prospettive di sviluppo. I giovani e le donne hanno pagato in misura più elevata la crisi. Una quota sempre più alta di giovani scivola, non solo nel Mezzogiorno, verso l’inattività prolungata,

vissuta il più delle volte nella famiglia di origine. Oltre il 40% dei giovani stranieri abbandona prematuramente la scuola, alimentando un’area di emarginazione i cui costi non tarderanno a diventare evidenti. Le donne vivono un’inaccettabile esclusione dal mercato del lavoro e spesso sono costrette a uscirne in occasione della nascita dei figli. Gli anziani a loro volta sono investiti da una vulnerabilità crescente. Povertà e deprivazione riguardano spesso le famiglie di ultrase

santacinquenni. Molti anziani con gravi limitazioni non sono aiutati né da reti informali, né dai servizi a pagamento, né dalle strutture pubbliche

2. Il Mezzogiorno. Invece di costituire ed essere ritenuto un’opportunità straordinaria per elevare il tasso di

sviluppo dell’economia italiana, il Mezzogiorno presenta segni crescenti di vulnerabilità economica e sociale. Ciò richiede un’attenzione particolare da parte della politica, del mondo produttivo e della società, così da contenere fenomeni di migrazione interna e conseguente depauperamento del capitale umano disponibile.

3. L’Europa. Nella prospettiva della Strategia Europa 2020, emerge che le vulnerabilità richiamate, unitamente ad alcuni ritardi storici del nostro paese, stanno frenando lo slancio dell’Italia verso gli obiettivi concordati a livello continentale. Progressi conseguiti in alcuni campi appaiono decisamente troppo lenti per un grande paese come il nostro

4. Le azioni di informazione, coscientizzazione ed educazione. In questo contesto e dentro queste vulnerabilità, l’Italia ha bisogno di: prendere coscienza dei propri problemi e dei propri punti di forza, per mobilitare le risorse disponibili e accelerare il passo, in tutti i campi; utilizzare meglio l’informazione, per orientare le decisioni collettive e individuali; dare importanza al “fattore tempo”, abbandonando la ben nota preferenza, nel nostro paese, per decisioni dalle quali ci si attende risultati immediati, rispetto a quelle i cui effetti positivi sono differiti negli anni.

Guardando a mete grandi

A fine maggio si è svolta a Roma la 19ª Assemblea generale di Caritas Internationalis, confederazione di 165 Caritas nazionali tra cui Caritas italiana, che opera a favore di decine di milioni di persone e di poveri nel mondo. Significativo lo slogan scelto: “Una sola famiglia umana: povertà zero”. A partire da questa dichiarazione di intenti, sono stati rilanciati quattro macro-obiettivi. Anzitutto, occorre ridurre il rischio e l’impatto delle crisi umanitarie salvando vite umane, curando chi soffre e aiutandolo a ricostruire comunità e mezzi di sussistenza. In secondo luogo, bisogna trasformare i sistemi e le strutture, rafforzando le capacità e l’influenza degli uomini e delle donne che vivono nelle comunità più povere e svantaggiate, affinché possano influenzare i sistemi, le decisioni e le risorse che li riguardano e avere governi, istituzioni e strutture mondiali giuste. Inoltre, è necessario sradicare la povertà estrema, promuovendo

lo sviluppo umano integrale garantendo l’accesso ai servizi di base (acqua potabile, istruzione, cure mediche e

risorse necessarie per vivere dignitosamente). Infine, è opportuno consolidare le competenze organizzative e il

partenariato mondiale, migliorando le competenze organizzative per essere capaci di affrontare le sfide della

povertà nel mondo. Si tratta di impegni ardui, ma già ampiamente sviluppati dalle Caritas nel mondo. La paura, l’insicurezza, la sfiducia e l’abbandono si vincono infatti solo guardando a mete grandi, ardue ma possibili. Occorrono testimoni di dono e speranza, uomini e donne capaci di pensare in grande e di agire nel piccolo della ferialità, di

osare per una meta bella e alta, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento di un fine che

valga la pena: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (Spe salvi, Benedetto XVI). Tracciare nuove mappe, far emergere opportunità e rischi, valutare progressi e regressi, sostenere con informazioni affidabili la discussione nel paese, a tutti i livelli: è questo il servizio che Caritas italiana e le Caritas

diocesane possono offrire alla comunità nazionale (oltre che su scala più ampia, tramite le aggregazioni continentale e internazionale), convinte che il futuro passa per decisioni difficili ma lungimiranti, da assumere al più presto, a tutti i livelli di responsabilità, sulla base di un quadro informativo ampio e condiviso, da garantire attraverso una costante lettura esperienziale dei bisogni delle persone.

"La vita, le speranze, le star e le pecore..."

Sono molte le storie che si intrecciano e si sovrappongono in questo lembo di terra in mezzo al Mediterraneo che è Lampedusa. Da sempre l’isola è stata punto di approdo di popoli e culture.

I lampedusani stessi sono arrivati sull’isola come “immigrati” o “confinati” e sono partiti e partono come “emigranti”, nei primi del Novecento anche diretti su quelle stesse coste del nord Africa da cui oggi partono in migliaia in cerca di futuro.

Se le ascolti una ad una le storie di Lampedusa si fa veramente fatica a non appassionarsi… Sono storie di lampedusani che amano la loro terra ed il loro mare.
Dal parroco che gira l’Italia senza sosta per raccontare la sua comunità, all'eremita che viveva nel Santuario della Madonna di Porto Salvo accogliendo musulmani e cristiani, dai giovani dell’associazione culturale Askavusa, che vorrebbero fare a Lampedusa il museo dei migranti, per non perdere la memoria, ai volontari di Legambiente, che strappano terre e mari all’abusivismo edilizio per farne riserve protette per bagnanti e tartarughe…
Sono storie di chi produce e vende specialità alimentari tipiche, di chi cerca di realizzare un archivio fotografico storico di Lampedusa, andando a cercare in tutta Europa vecchi marinai, di chi lotta contro il deserto per creare un angolo di paradiso verde in quest’isola disboscata dai Borboni…
Ma queste storie silenziose non fanno rumore, non fanno notizia… Per questo Lampedusa è anche Claudio Baglioni e il suo festival pieno di cantanti famosi, è Angelina Jolie con il suo stuolo di truccatori e guardie del corpo, è il presidente del Consiglio, il presidente del Senato, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stuoli di delegazioni di parlamentari. Ora tutti vengono a Lampedusa, anche le pecore…

In tutto questo andirivieni di personalità, sono sbarcati a Lampedusa dal Nord Africa 40.000 immigrati e una pecora.
Sono storie pesanti quelle dei migranti che sbarcano sull’isola, che recano in sé una sofferenza che avanza per gradi, per step successivi, muta, ma non si esaurisce.

C’è chi come Shibli arriva da Lampedusa partito dalla Libia, ma non è libico, non è africano, viene dal Bangladesh. Lavorava in Libia prima della guerra, come gommista in un’officina.

Lo incontro sul molo commerciale a Lampedusa appena sbarcato, una notte di fine aprile in cui fa ancora freddo. Ci scambio due parole, parliamo del Bangladesh, gli si illumina il viso quando gli dico che sono stato nel suo Paese, che conosco Dhaka, Kulna… Mi chiede dove si trovi ora: «Siamo in Europa?». Mi chiede se ho uno spazzolino da denti… Sono tre giorni che non li lava…

Cosa c’era nella vita di Shibli prima dell’arrivo a Lampedusa? Quanta sofferenza in Bangladesh, uno dei Paesi più poveri al mondo? Quanti sacrifici prima di arrivare in Libia dal Bangladesh, quanti sacrifici in Libia, vivere da immigrato in un Paese come quello.
Poi la guerra, le bombe… Chi sa cosa ne pensa lui di Gheddafi, della Nato, della democrazia… Ma forse non ha avuto tempo di pensare, morire in Libia per le bombe o in mare non fa molta differenza… Via, si parte di nuovo, verso l’Europa.

40, 50 ore di navigazione. Erano più di 700 quella notte a bordo di un vecchio peschereccio, stipati come sardine, senza servizi igienici, con scafisti che guidano le barche leggendo un manuale d’istruzioni. Ma quei 700 ce l’hanno fatta, sono arrivati vivi a Lampedusa, non aumenteranno la conta dei 1500 morti in mare dall’inizio dell’anno. Uno ogni 11 persone partite!

Ed ora sei in Europa, Shibli, o meglio, sei in Italia, o meglio, sei a Lampedusa… la porta d’Europa, non l’Europa, sei sulla soglia, ospite in attesa di entrare.

È passato più di un mese da quell’incontro, ora Shibli e i suoi amici bangladesi non sono più a Lampedusa, sono stati trasferiti dalla Protezione civile a bordo di un traghetto. Sono in qualche Centro di accoglienza del nostro Paese in attesa di capire quale sarà il loro destino.
Forse riusciranno ad integrarsi, a lavorare, a far venire la famiglia, o forse no, resteranno clandestini, a vendere rose alle coppiette sedute nei ristoranti del centro, a dormire in dodici in uno scantinato, a fuggire dalla Polizia… Passo dopo passo, da una sofferenza all’altra.

E la pecora?
Già, c’era anche una pecora a bordo di una barca giunta dalla Tunisia. All’inizio si era sparsa la voce che fosse stata portata per allattare un neonato che si trovava a bordo, poi che fosse stata una specie di dono, per festeggiare l’arrivo a Lampedusa con una grigliata sulla spiaggia.
Probabilmente era solo un gesto goliardico di un giovane tunisino, già rimpatriato da Lampedusa poche settimane prima, che per prendersi gioco di quell’Europa che lo aveva lasciato sulla porta aveva con sé un simpatico ovino in omaggio.